Ogni anno il 25 aprile ci fermiamo. È giusto farlo. Ci fermiamo a ricordare chi ha pagato con la vita perché noi potessimo vivere in libertà. Ma quest'anno voglio provare a fare qualcosa di diverso — o almeno qualcosa in più.
Voglio chiedervi di fare due passi. Il primo, indietro. Il secondo, avanti. Molto avanti.
Il primo passo: indietro
Chi ha combattuto nella Resistenza — partigiani e partigiane, uomini e donne comuni, spesso giovanissimi — non aveva la certezza di vincere. Aveva paura. Aveva freddo. Aveva tutto da perdere. Eppure ha scelto.
Ha scelto non perché la vittoria fosse garantita. Ha scelto perché c'era qualcosa — un'idea di giustizia, di dignità umana, di futuro possibile — che valeva più della propria incolumità.
Quella scelta ha prodotto la Costituzione. Ha prodotto la Repubblica. Ha prodotto questo paese, con tutti i suoi difetti, ma anche con i suoi diritti, le sue garanzie, la sua libertà di stampa, il suo suffragio universale, la sua tutela delle minoranze. Ha prodotto la possibilità che io stia qui oggi, di fronte a voi, eletto da voi, a render conto a voi.
Non è una cosa ovvia. Non è mai stata ovvia.
Negli ultimi anni stiamo assistendo — in tutto il Mondo — a qualcosa che avremmo fatto bene a non sottovalutare: la normalizzazione del linguaggio dell'odio. La svalutazione delle istituzioni democratiche. La convinzione, sempre più diffusa, che chi la pensa diversamente da noi non abbia solo torto, ma sia un nemico da distruggere.
Chi ha combattuto contro il fascismo sa — sapeva — dove porta quella strada. Lo sapeva perché l'aveva vissuto.
Noi, per fortuna, no. Ma questa fortuna può diventare una trappola, se la scambiamo per normalità permanente.
Il secondo passo: avanti, molto avanti
Fra trent'anni, qualcuno leggerà quello che abbiamo scritto, deciso, detto e taciuto in questi anni.
Saremo fieri di ciò che troverà?
È una domanda che mi faccio spesso, anche nel mio piccolo, come Sindaco di questo Comune. E che vi chiedo di farvi, ognuno nella propria vita.
Cosa diremo ai nostri figli e nipoti quando ci chiederanno: «E voi, cosa avete fatto?»
Non intendo solo le grandi scelte politiche. Intendo le piccole cose quotidiane, quelle che costruiscono — o demoliscono — il tessuto civile di una comunità.
Quel commento sui social che abbiamo scritto di getto, con rabbia, senza verificare i fatti — e che ha contribuito a diffondere una bugia. Quel silenzio che abbiamo opposto quando qualcuno nella nostra cerchia ha usato parole che umiliano. Quella delega in bianco che abbiamo concesso — alla politica, ai social network, all'algoritmo — rinunciando a pensare con la nostra testa.
Ma anche — e voglio dirlo con altrettanta forza — le cose belle che abbiamo fatto. Il volontario che ogni giorno dedica parte del proprio tempo agli altri. La maestra che ha tenuto acceso il fuoco della curiosità in una classe difficile. Il medico che ha risposto al telefono alle undici di sera. Il consigliere comunale che ha votato una cosa scomoda perché era giusta.
Queste cose non fanno titoli sui giornali. Spesso non fanno nemmeno un post. Eppure sono esattamente il materiale di cui è fatta la libertà. Giorno per giorno. Persona per persona.
Viviamo in un'epoca in cui tutto viene registrato. Ogni parola, ogni scelta, ogni silenzio lascia una traccia digitale che dura. Fra trent'anni quella traccia sarà leggibile. Forse più leggibile di noi.
I partigiani non avevano i social. Non avevano i selfie davanti ai monumenti. Avevano qualcosa di più scomodo: la realtà concreta delle loro scelte. O stavi con la libertà o stavi con chi la negava. Punto.
Noi viviamo in un'epoca più ambigua, dove tutto sembra relativo e le posizioni sfumano. Ma anche in questa ambiguità ci sono momenti in cui si sceglie. In cui la sfumatura non basta. In cui bisogna stare da una parte.
Quella parte è quella della dignità umana. Sempre. Senza eccezioni. Per chiunque.
Lasciatemi chiudere con una cosa semplice.
Oggi commemoriamo chi ha fatto cose enormi in condizioni terribili. Noi non dobbiamo fare cose enormi, almeno non ogni giorno. Ma possiamo fare cose giuste, ogni giorno. Cose che, se le leggeremo fra trent'anni, ci faranno alzare la testa.
Questo è il modo migliore che conosco per onorare chi ci ha dato la libertà: usarla bene. Usarla con responsabilità. Usarla per gli altri, non solo per noi.
Viva la Liberazione. Viva la Repubblica. Viva la nostra comunità.
l’Amministrazione Comunale
il Sindaco
Andrea Villa